Ermenegildo Andrini: 50 anni di Cruseri tra storia, passione e visione
Prosegue il nostro viaggio alla scoperta delle persone che rendono speciale il Cruseri.
Dopo aver conosciuto allenatori e istruttori, questa volta ci fermiamo a parlare con una figura che rappresenta la memoria storica della società, ma anche il suo presente: il vicepresidente Ermenegildo Andrini.
Tra ricordi di campo, cambiamenti dello sport nel tempo e uno sguardo rivolto al futuro, abbiamo raccolto le sue parole per capire cosa significhi davvero appartenere a questa realtà da oltre cinquant’anni.
Ermenegildo Andrini: 50 anni di Cruseri tra storia, passione e visione
Prosegue il nostro viaggio alla scoperta delle persone che rendono speciale il Cruseri. Dopo aver conosciuto allenatori e istruttori, questa volta ci fermiamo a parlare con una figura che rappresenta la memoria storica della società, ma anche il suo presente: il vicepresidente Ermenegildo Andrini.
Tra ricordi di campo, cambiamenti dello sport nel tempo e uno sguardo rivolto al futuro, abbiamo raccolto le sue parole per capire cosa significhi davvero appartenere a questa realtà da oltre cinquant’anni.
Un nome che è storia Cruseri. Ermenegildo, sei tra i soci fondatori e oggi sei vicepresidente riconfermato: cosa significa per te, dopo oltre 50 anni, continuare a far parte di questa realtà?
Ricordo ancora la prima riunione effettuata in uno stanzino di due metri per tre, messo a disposizione gratuitamente da Gino Gardini che, all’epoca, era ancora il proprietario di gran parte del paese e sicuramente di tutto il complesso in angolo tra la via del Sale e la via Petrosa. In quella prima riunione approvammo una bozza di statuto e soprattutto decidemmo il nome da attribuire alla polisportiva, nome che è rimasto immutato in tutti questi anni. Il Cruseri è parte della mia vita, un compagno di viaggio che discretamente mi è sempre stato accanto.
Torniamo all’inizio. Quale fu il tuo ruolo in quegli anni iniziali? Che atmosfera si respirava a San Pietro in Campiano? Se non erro anche tuo padre divenne socio da subito.
Quando venne costituita la polisportiva io frequentavo il liceo e per un problema di salute che ha segnato tutta la mia adolescenza non potevo praticare alcuna attività sportiva, ragion per cui di fatto ero solo uno spettatore, in ciò coinvolto da mio babbo che in quegli anni svolse un ruolo attivo all’interno della polisportiva, sia curandone gli aspetti amministrativi, sia dedicandosi all’attività cicloturistica. Oggi il ciclismo è una pratica diffusissima, ma all’inizio degli anni 70 la bicicletta non la usava più nessuno e mio babbo, in gioventù appassionato sportivo del Pedale Ravennate, aveva ripreso ad utilizzare una bici da corsa, nel disperato, quanto inutile, tentativo di controllare il suo peso. Pur essendo fallito il suo tentativo di controllare il proprio peso, gli va, comunque, riconosciuto il merito di aver avvicinato alla bicicletta tanti ragazzi che accompagnava quotidianamente in percorsi cicloturistici, riuscendo a creare un gruppo particolarmente nutrito, tanto più se rapportato alla dimensione ridotta degli abitanti di San Pierino. Ad ogni buon conto, negli anni dell’esordio l’attività della polisportiva era concentrata sul cicloturismo e sul calcio, due attività che ebbero il merito di creare una coesione tra i paesani che fino ad allora non si era mai vista.
Ermenegildo sportivo. Prima ancora che dirigente, sei stato atleta: ci racconti la tua esperienza nel calcio biancoblu? Che tipo di giocatore eri e che risultati hai ottenuto in campo?
Atleta mi sembra una parola grossa e certamente non vale a descrivermi. Quando alla soglia dei vent’anni mi fu consentito dai medici di iniziare un minimo di attività fisica, cercai di recuperare il tempo perduto, dedicandomi a più discipline: nuoto, cavallo, windsurf, corsa, tennis, sempre con scarsissimi risultati, tutte discipline individuali. Con la maglia del Cruseri, con colori rigorosamente bianco-azzurri, in onore dell’Argentina calcistica, ho disputato alcuni campionati di calcio, organizzati dal CSI. Di quegli anni ricordo non tanto i modestissimi risultati agonistici conseguiti, quanto l’onore di aver sempre vinto la Coppa disciplina, perchè eravamo sempre la squadra che collezionava meno ammonizioni e/o espulsioni. Al calcio sono particolarmente grato per gli insegnamenti che ne ho tratto: la necessità di dover condividere con gli altri e, soprattutto, che la sconfitta non sempre ha conseguenze negative e che, anzi, nello sport, come nella vita, la sconfitta va sempre accettata serenamente e deve essere solo lo sprone per cercare di migliorare in futuro.
Sport di ieri e di oggi. Guardando indietro, quali sono le differenze più evidenti tra lo sport di una volta e quello attuale, soprattutto a livello di società di paese?
Lo sport è sempre sport: cambiano le persone, cambiano i protagonisti, ma lo sport rimane tale e quale, casomai cambia il contesto e il contorno. Negli anni 70/80 senza telefonini, senza social e senza mille canali televisivi, le partite di calcio amatoriale diventavano un motivo di svago e tante persone andavano a vedere la partita della squadra del paese: circostanza oggi inimmaginabile.
Cosa ti manca del passato? C’è qualcosa di quegli anni – magari nello spirito, nelle persone o nel modo di vivere lo sport – che senti mancare oggi?
Per regola di vita non rimpiango mai il passato e sono sempre concentrato sul futuro, ponendomi sempre obiettivi a lunga scadenza, che ritengo sia una ricetta valida per allungarsi al vita. Pertanto, del passato non mi manca niente, ma la mia memoria va sempre agli anni dell’infanzia trascorsi nel campetto accanto alla chiesa, inseguendo un pallone di cuoio che probabilmente i soldati anglo-americani avevano lasciato in paese: un pallone che il tempo e il sole avevano reso coriaceo e ormai privo della sua originarie forma sferica, ma che per noi bambini ha rappresentate forse l’unica autentica forma di svago per anni.
E cosa invece apprezzi del presente? Quali cambiamenti o evoluzioni ti fanno dire che il Cruseri è cresciuto nella direzione giusta?
Il presente è sotto gli occhi di tutti, ma non dobbiamo mai dimenticare che quello che oggi è il Cruseri, il campo di calcio, il palatenda è solo ed unicamente il frutto della visione, al limite dell’utopia, di Bruno Brunelli che con il suo impegno, la sua dedizione e il suo amore per gli altri e per il suo paese è riuscito a realizzare.
La direzione è certamente quella giusta, perchè i conti sono in ordine e il Cruseri offre la possibilità a tutti di avvicinarsi al basket.
Un legame che resiste. Anche se oggi vivi e lavori principalmente fuori da San Pietro in Campiano, il tuo legame con il tuo paese resta forte: cosa ti tiene così legato al Cruseri?
La mia famiglia si è trasferita a San Pierino nel 1961 e a San Pierino sono cresciuto e per me San Pierino sarà sempre casa. Ricordo ancora come un trauma la mattina del 1967 o 1968 in cui gli operai del Comune vennero a divellere il cartello stradale collocato di fronte alle scuole elementari che indicava il nome San Pierino, per sostituirlo con uno nuovo fiammante che riportava la denominazione attuale “San Pietro in Campiano". Vissi quella sostituzione come una violenza fisica, come un tentativo di sottrarci una parte della nostra identità e quella violenza ha suscitato come reazione il mio attaccamento a tutto ciò che San Pierino rappresenta e non c’è dubbio che ora il Centro sportivo sia parte integrante di San Pierino.
Il contributo “invisibile”. Da avvocato, il tuo supporto alla società è anche tecnico e giuridico: quanto è importante oggi, per una realtà sportiva, avere competenze come le tue?
Non so quanto possa essere rilevante ciò che posso offrire in qualità di avvocato.
La nostra polisportiva, però, beneficia dell’impegno di tutti: dal Presidente al Comitato Direttivo, dallo staff a chiunque si renda disponibile come volontario. Al di là del ruolo che posso avere, la mia vicinanza alla polisportiva resterà sempre viva.
Cruseri e comunità. Che ruolo pensi debba avere una società sportiva come il Cruseri all’interno di un paese come San Pietro in Campiano?
Questa è una nota dolente, perché come ripeto da anni, ho la netta impressione che la Polisportiva e il suo Centro siano vissuti dal Paese come un corpo estraneo e questo mi dispiace, anche perché non ho la ricetta per intervenire.
Il nostro piccolo paese, di cui, peraltro, noi sanpierinesi siamo orgogliosi, dovrebbe fare quadrato intorno alle tre realtà più significative del posto: il centro sportivo, il comitato cittadino e il museo didattico, tre realtà che, però, non riescono a far breccia nel comune sentire degli abitanti.
Uno sguardo al futuro. Anche se non vivi quotidianamente la palestra, che visione hai per il Cruseri nei prossimi anni?
Io mi auguro che per il futuro la Polisportiva continui il suo percorso tracciato a metà degli anni settanta dai soci fondatori e sviluppato da Bruno Brunelli fino alla sua scomparsa, ma per fare ciò è necessario coinvolgere una nuova generazione in grado di prendere il posto di chi come me è ormai alla soglia dei settant’anni.
Uno scambio reciproco. Cosa ti aspetti dal Cruseri per il territorio e cosa, invece, ti aspetti da San Pietro in Campiano per sostenere il Cruseri?
Francamente non credo che il Cruseri per il territorio possa fare di più rispetto quello che sta facendo ora: si può fare sempre meglio, ma non credo si possa fare di più in termini quantitativi. Al contrario, San Pierino, perdonami, ma per me, per la mia generazione e per le generazioni che mi hanno preceduto, San Pietro in Campiano non significa proprio nulla, potrebbe fare molto di più, ma per molto di più non intendo maggior sostegno economico, ma solamente più partecipazione, più coinvolgimento e più condivisione.
Fuori dal tribunale… dietro al bancone! Sappiamo che sei anche un barman di livello: quando non sei impegnato tra udienze e consulenze, come ti piace passare il tempo? Ci condividi le tue passioni?
Da ragazzo, come tutti i ragazzi della mia generazione, durante le pause scolastiche, ho lavorato in riviera e mi capitò di lavorare come barman per alcune estati.
Quel lavoro mi è sempre piaciuto e mi pare di aver sempre avuto un talento innato, talento che non ho mai perso nel corso degli anni.
Il lavoro ha sempre assorbito gran parte del mio tempo, al punto che ho sempre anteposto il lavoro alla famiglia e ai mie affetti: una circostanza di cui non vado orgoglioso, ma, purtroppo, è la realtà.
Il poco tempo che non dedico al lavoro, lo dedico a camminate, in quanto dal 2018 mi sono imposto di camminare ogni giorno per almeno 10 chilometri.
Camminare da solo o, meglio, in compagnia del cane che da più di tre anni sta con me è ormai una costante di vita alla quale non potrei rinunciare.
Unica passione, peraltro, riaccesasi pochi mesi fa, che mi concedo è l’ascolto di vinili che ho riesumato dopo i diversi traslochi e che sto ampliando alla media di un vinile alla settimana.
Ho installato una stereo in Studio e uno a casa a Rimini dove posso ascoltare tutti gli ormai classici dagli anni settanta ai primi anni del 2000.
A proposito di classici, quest’anno ricorre il trentesimo anniversario dell’uscita del film “Trainspotting”, la cui colonna sonora, album doppio, è costituita solo da pezzi meravigliosi, alcuni dei quali ormai riconosciuti come capolavori assoluti.
Una parola per chiudere. Se dovessi racchiudere in una parola (o in una breve frase) cosa rappresenta per te il Cruseri, quale sceglieresti?
Il Cruseri, come il mio paese, San Pierino, per me rappresenta l’essenza stessa della vita, Cruseri e San Pierino mi hanno sempre accompagnato durante la mia esistenza, ovunque mi trovassi.
Pertanto, per rispondere alla domanda cosa rappresenta per me il Cruseri, la risposta è tanto semplice quanto ovvia: vita.